| | | Scrittori | Pittori | Home | Fotografi | dedicato a.. | | Si chiama Rocco Chinnici nato a Belmonte Mezzagno (Pa) 2 Settembre 1947, inizia la sua attività letteraria come poeta ma guarda con estremo interesse al teatro. Scrive Commedie e drammi (circa 15 opere) di alcune ne è il regista,all'età di trent'anni scrive il suo primo dramma :"il seme del male". Fonda un'associazione culturale: "la bottega dei sogni" è impegnato, oltre alla continua stesura di nuovi testi teatrali, socialmente con i disabili e i ragazzi della scuola media e gli scolari delle elementari di Belmonte Mezzagno, con i quali porta avanti un progetto noto col nome di “Laboratorio Teatrale”. Attualmente è impegnato nella stesura della commedia teatrale "La ragazza dello stagno incantato". | IL SAPORE DELLE COSE SEMPLICI IL SORRISO DELLA FELICITA’ IL VECCHIO PIETRO RICORDO DI UNA MANO ALZATA | IL SAPORE DELLE COSE SEMPLICI Viveva, in una lussuosa villa nei pressi di Palermo, un ricco commerciante in pelli di nome Vadim. Questi aveva un figlio giovane, il quale, viziato e abituato agli agi che gli concedeva la ricchezza, finì per divenire pigro e inappetente; tutto ciò che possedeva, per lui, non aveva più valore alcuno; rifiutava anche i cibi più prelibati: - questo caviale non serve! Queste ostriche non sono per niente buone! Queste ciliegie son marce!- Finì che in breve tempo s'ammalò. Lo visitarono i migliori medici che, preoccupati, cercavano la causa di quella misteriosa malattia; ma... niente! In giro, tutti seppero dell'accaduto. Agar, un vecchietto dal viso scarno e grinzoso, passeggiava, curvo sotto il peso dei suoi tant'anni, aspettando di essere ricevuto; a Vadim era stato descritto, da un suo amico, come persona saggia; lo aveva conosciuto, in uno dei suoi tanti viaggi d'affari, in un paesino dell'entroterra palermitano. -Entri!- Disse Vadim, con gli occhi arrossati. - E' lì, lo vede? Non assaggia più cibo da diversi giorni!- Il vecchietto si avvicinò al lettuccio, e dopo averlo osservato attentamente disse a Vadim di non preoccuparsi tanto della salute del figlio, perché lui lo avrebbe aiutato a guarire; ad una condizione, che il ragazzo, la cura poteva farla soltanto in campagna, nella sua cascina, lontano dai parenti. Vadim non poté far altro che acconsentire e gli affidò il ragazzo. L'indomani, di buon'ora, nel cortile della villa il maggiordomo, con in mano dei piccoli involti, scendeva gli ultimi gradini della scalinata, lo seguiva Vadim che accompagnava in auto il figlio ammalato. Seduto sul sedile posteriore della lussuosa macchina, lo attendeva il vecchietto Agar, mentre da dietro i vetri, la mamma salutava il ragazzo. Nella piccola fattoria, era da poco spuntata l'alba, Agar e sua moglie Lora erano indaffarati a dar da mangiare alle oche; il sole pigro, con i suoi tenui raggi accarezzava l'erbetta cristallina, giù a valle si scorgeva la nebiolina della rugiada che si scioglieva lenta; mentre il gallo, segnava il nuovo giorno. Dalle imposte socchiuse il ragazzo osservava quel nuovo svolgersi del giorno; -andiamo!- Gridò Agar scorgendolo dietro i vetri - dobbiamo arare la terra!- Continuò. Ma, il ragazzo… niente. Rimase solo quel giorno, in casa, senza coccole e senza premure da parte di nessuno. L'indomani, e l’indomani ancora si ripeté la stessa storia. Il giorno successivo, senza che nessuno gli disse più niente, si alzò e andò anch'egli nei campi. Le zolle, della terra arata gli rendevano difficile il cammino. - Prendi quell'orzo!- Gli gridò Agar. Il ragazzo lo prese e volle sapere come seminare i chicchi lungo il solco che lasciava l'aratro. Il sole, quel giorno, batteva forte; il viso del ragazzo grondava di sudore; la sete e la stanchezza cominciavano a farsi sentire. - Ho fame- Gridò il ragazzo. Agar, intento a tener l'aratro trainato da due grossi buoi, fece finta di non sentire; dopo un pò il ragazzo gridò più forte: - Ho fame!- - Non è ancora ora -, rispose Agar; mentre il vomere scompariva fendendo la terra.. All'imbrunire, stanco e con una fame da lupo, il ragazzo lungo la via del ritorno guardava cercando di intravedere la cascina in mezzo agli alberi. -Lo vedi quel fumo?- Disse Agar - Esce dal comignolo e ci dice che nonna Lora sta preparando qualcosa di appetitoso. Appena arrivati, sul rustico tavolo apparecchiato, stavano delle grosse ciambelle di pane da poco sfornato e un tegame in terracotta che fumava emanando odore di fagioli, cotenne e salsicciotti caserecci. Il ragazzo fece per andarsi a sedere, ma, nonna Lora gli indicò la tinozza, pronta con l'acqua calda, e che quindi avrebbe dovuto prima lavarsi. <<Mai!>> Pensava il ragazzo; ma l'insistenza di nonna Lora non conosceva ragioni. Mai aveva desiderato così tanto di sedersi a tavola e mangiare; si lavò in un baleno e mangiò come solo un lupo poteva fare; volle sapere cosa e come era stato cucinato quello che per Agar e Lora era cibo quotidiano. I giorni passavano e il ragazzo divenne, in poco tempo, diverso, tanto che Agar pensò fosse arrivata l'ora di riconsegnarlo ai genitori. Quel giorno arrivò all'improvviso e senza che il ragazzo se lo aspettasse; salutò nonna Lora promettendole che sarebbe tornato spesso a trovarla. Si avviarono, e dopo un pò di strada percorsa si girò a guardare la cascina e il comignolo; pensò agli odori e ai sapori di quelle cose semplici, poi guardò Agar, e in quel viso increspato, vide emergere un sorriso ondulato; gli buttò le braccia al collo e abbassò lo sguardo, forse, chissà, per nascondere la piccola e capricciosa lacrima che scendeva lungo quel giovane viso. rocco 
| IL SORRISO DELLA FELICITA’ Viveva, molto tempo fa, in una lussuosa villa della Palermo “bene”, una donna ricca e vanitosa. Gli agi e i lussi più costosi erano per lei motivo di vita. Non conosceva altro che danaro, gioielli e vestiti delle più pregiate stoffe. Finì che un giorno, non avendo più cosa desiderare, s’ammalò di un grosso male: l’apatia. Non mangiava più, non amava adornarsi come prima soleva fare, tanto che non uscì più nemmeno di casa; si chiuse in una stanza e non volle più ricevere nessuno, ad eccezione dei migliori medici specialisti della città, che la visitarono da capo a piedi, ma..., nessuno riuscì a capire quale fosse il suo vero male o le cause che inducevano la ricca signora a rifiutare anche la sua immagine riflessa allo specchio. Molti ebbero a dire che per lei erano morte anche le speranze di guarigione. Nei paesi della provincia si sparse la voce di quel male che affliggeva la ricca signora. Un giorno si presentò, davanti al cancello della villa, una vecchietta, curva che si sorreggeva ad un bastone; chiese alla servitù di essere ricevuta dalla padrona; mentre quelli si guardavano, curiosi di sapere cosa avrebbe potuto fare quella vecchietta, decisero di farla entrare, e la condussero nella stanza dove si trovava la signora. Stava seduta in un angolo; a guardarla, sembrava che si stesse specchiandosi e chiedere allo specchio con quegli occhi dallo sguardo assente, i perché della mancata ragione. - Mia cara signora lei non ha niente!- Disse la vecchietta, sorridente. -Dimenticanze! Nient’altro che dimenticanze!- Continuò. - Non s’è accorta, lungo la sua vita che fra tutti gli acquisti: cavalli, auto, gioielli..., ha dimenticato di fare l’acquisto più bello.- - Non è vero! Ho tutto!- Esclamò la signora. - Quando pare che dalla vita abbiamo avuto tutto- continuò la vecchietta, - dovremmo, invece, accorgerci di non avere avuto quasi niente!- - Io le dico che a me non manca proprio niente!- Rispose la ricca signora, mentre la vecchietta continuava a guardarla con un sorriso sereno. - Anzi, guardi!- continuò la signora prendendo una campanella a lei vicino e, muovendola due volte: subito accorse la cameriera; la mosse tre volte e comparve il maggiordomo. - Come vede- disse la signora – chiamo, e tutti corrono; persino il giardiniere e l’autista posso chiamare, sa? Tutti, e tutto!- -Sì?- Rispose la vecchietta - Provi a chiamare, dunque, ciò che le manca: la felicità! Essa non accorrerà mai, perché è dentro di noi.- La signora suonò, e suonò ancora..., ma, dall’uscio non apparve nessuno; delusa guardò il maggiordomo, la cameriera che mortificata a sua volta abbassò gli occhi a terra, poi lei, la vecchietta, e, in quel viso increspato, vide apparire un sorriso ondulato; solo allora capì quanto di bello era venuta ad offrirle la vecchietta: un sorriso, un semplice sorriso di felicità. rocco 
| IL VECCHIO PIETRO - Giovanni, Giovanni! Non ne posso più! Si deve pur vedere cosa ha da farsi! E' da stamattina che giro per casa come una matta! - - Sii buona Concetta, cerca di capire. Non è poi così difficile, sai? Sei tu che vuoi fartene un dramma per sbarazzartene; pensaci un po’, non è un soprammobile, sai? Che cosa devo fare? Dimmelo! Ricorda che alla fine si diventa tutti vecchi… e allora? - Da qualche tempo, oramai, la storia si trascina; spesso sono dovuti intervenire i vicini per sedare le liti tra i due. Giovanni, buon'uomo, tutto casa e lavoro; tornando a casa, dopo il duro lavoro nei campi, deve sempre vedersela con la moglie Concetta, una donna che, per le sue provenienze da famiglia agiata, abituata ad avere avuto in casa paterna la servitù e beni d'ogni genere, le veniva difficile ora avere a che fare con il vecchio Pietro che per la sua veneranda età e gli acciacchi ereditati dalla dura vita campestre, lo costringevano a stare quasi sempre seduto e quindi a dover chiedere, ogni qualvolta ne avesse avuto bisogno, aiuto alla nuora. Una situazione che, a Concetta, era divenuta pesante, tant'è che spesso rimproverava il marito per non averle dato ascolto quando gli suggeriva di portare suo padre all'"Ospizio" (allora, casa di cura per anziani". - Questa, dove abitiamo, è casa che s'è costruita mio padre con grandi sacrifici! - Continuava a ripetere il marito - - Egli ha qua dentro tutti i suoi ricordi! Lo capisci o no? Come faccio a toglierlo da qui? Come posso portarlo in un posto dove sicuramente soffrirebbe di più nel vedersi abbandonato, dopo ciò che ha fatto per i figli? - La storia continuava a portarsi avanti per lungo tempo; erano già venuti al mondo Pietro e Vincenzino. Pietro, non appena il nonno apriva bocca, subito gli era accanto. - Cosa vuoi, nonno? Come stai? - - Ho solo dato un colpo di tosse, caro il mio Pietro; su, giacché sei qua siediti, voglio raccontarti una storia. Devi sapere che tantissimi anni fa, quando la fame e la miseria abitavano quasi tutte le case del nostro paese… - Ancora con le favole! E i compiti? - interveniva Concetta inviperita - Su, vieni a studiare se non vuoi diventar somaro! - Quasi che ella non digeriva nemmeno i racconti che il vecchio raccontava al piccolo Pietro. - Ma, mamma! - -Niente mamma! - Continuava, borbottando sottovoce frasi verso il vecchio che, a causa della sopraggiunta cecità, non riusciva a scorgere la nuora e capire quanto ella mugugnasse. Il tempo passava e i piccoli cominciavano a farsi adulti; e per il vecchio Pietro gli anni diventavano sempre più pesanti. I diverbi tra marito e moglie, anziché finire, crescevano sempre più, tanto che il marito per evitare che i figli continuassero a sentire, si convinse a portare il padre in quella casa per anziani: l'"Ospizio". E così, di buon mattino, mentre che i figli e la moglie dormivano, si mise a spalle il povero padre e iniziò la strada per Palermo. Non esistevano mezzi di trasporto in quei tempi. Lungo la strada… o meglio il viottolo che sale per la scorciatoia che da Belmonte porta alla città, vi era (ancora oggi) uno spiazzo e al centro una piccola sorgente; Giovanni, stanco e sudato, si fermò a riposare e bere un po’ d'acqua, adagiò il padre su una grossa pietra accanto alla sorgente ed emise un rantoloso sospiro: - Ah! - Il vecchio Pietro d'un colpo capì quanto stava avvenendo, e disse al figlio: - Eh, figlio mio, anch'io ebbi a tirare un sospiro quando adagiai mio padre proprio in questo posto, dove tu ora hai adagiato me, mentre lo portavo all'"Ospizio". - Giovanni rimase impietrito a guardare suo padre, e capì quanto egli disse e il significato di quelle parole; si rimise il padre sulle spalle e, anziché Palermo, fece la via del ritorno. Pensava e ripensava, lungo la strada, a quelle parole dette da Pietro "anch'io sedetti mio padre e tirai un rantoloso sospiro, in questo posto, dove tu ora hai adagiato me." Quelle parole pesavano più di quanto egli portasse sulle spalle. - E mio figlio? Mio figlio, quindi, avrebbe dovuto un giorno non tanto lontano… per questa strada… - Era orribile quanto pensasse; ma era pur vero che, per accontentare le isteriche voglie di sua moglie… li avrebbe educati… - Certo! La moglie! - Pensò. - Aspetta che torno a casa e sentirai cosa ho da dirti! - - Parli con me, Giovanni? - Fece Pietro; mentre il sole cominciava a sciogliere la rugiada mattutina. Rocco 
| RIGORDU DI 'NA MANU ISATA Vju e guardu lu paisi, quannu ancora avia li balàti; e la genti, fora, 'nta li strati, sutta lu suli cucenti, parrari junciuta; mentri all'umbra di 'na manu jsata, 'na vicchiaredda joca a lu carmuciu 'mbambulatu ca cu lu sguardu assenti curri 'ntra dda fàula 'nvintata. Ora, a tempu scurdatu, cercu, caminannu nna ddi strati..., nenti. La genti, ca tannu parrava, ora, fui 'nfretta. Lu carmuciu, già granni, s'avvrazza forti a lu prisenti, jornu senza méta, cursa sfrinata. Quantu valuri avia, oh carmuciu...! dda manu isata. | RICORDO DI UNA MANO ALZATA Vedo e guardo il mio paese, quando ancora aveva le vie ciottolate; e la gente, fuori, fra le strade, sotto il sole cocente, unita, parlare; mentre all’ombra di una mano alzata, una vecchietta gioca al bimbo imbambolato che con lo sguardo assente corre In quella favola inventata. Ora, a tempo passato, cerco, camminando In quelle strade…, niente. La gente, che allora parlava, Ora fugge in fretta. Il bimbo, già grande, s’abbraccia forte al presente, giorno senza méta, Corsa sfrenata. Quanto valore aveva, oh bimbo…! Quella mano alzata. | Rocco | |
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