Si chiama , è nata l'11 Luglio del 71 ed è studente in Psicologia presso l'Università di Palermo. Ha lavorato come educatrice presso Legambiente,adora scrivere poesie bellissime,tra queste Cuori Clandestini con cui ha vinto il premio Sciascia 2002 e che gli consente oggi di essere Accademica della Ruggero II di Sicilia(Accademia di Lettere,Arte e Scienze). Cuori Clandestini I Faraglioni di Ponente Inverno dell'Isola Luna calante Mare d'Inverno Come foglia cadente  Fiore di Luna 
Cuori clandestini "Lampedusa, ultima figlia di un'Italia che, spesso, ti dimentica e figlia illegittima di un'Africa alla quale assomigli. I tuoi occhi hanno rivisto gli occhi dei tuoi fratelli africani e li hanno riconosciuti… La tua terra è sempre terra di passaggio per uomini senza patria. Siamo tutti clandestini…"
Non c'è attimo in cui l'Africa non si ricordi di noi. Primavera. Estate. Autunno. Inverno. Non c'è stagione dell'anno in cui non sia possibile avvertire, in ogni cosa, visibile o invisibile, questa simbiosi d'amore e d'affinità tra terre vicine ma lontane, consanguinee ma estranee: una meravigliosa dìade di complicità tra istinto materno e bisogno di protezione, tra lontananza consapevole e distacco indesiderato. Un'isola è come un bambino abbandonato in un'immensa culla d'acqua.Un'isola è di tutti e non è di nessuno: è di chi la scopre, di chi l'adotta o la vizia; ogni intenzione, però, è sempre passeggera e, alla fine, come tutti i bambini abbandonati, anche l'isola finisce nell'orfanotrofio della solitudine. L'assenza d'ogni madre-terra è incolmabile e insostituibile ma la sua presenza, pur illusoria e distante, è percepibile ovunque. Lampedusa è la figlia diletta dell'Africa: è l'orgoglio imbarazzante e sofferente della madre che ne riconosce la straordinaria somiglianza ma non può fare altro che amarla segretamente e riempirla di doni.
Non c'è attimo in cui l'Africa non si ricordi di noi e non occorre che sia festa per aprire magicamente lo scrigno della natura e regalarci il prezioso oro del suo sole, che luccica eternamente tra il topazio e il turchese del mare. E quando l'oro diventa opaco, come semplice pietra ambrata che si confonde con la terra selvaggia, l'Africa si rammarica di non poterci donare il suo intenso calore solare e umano. Vanitose e capricciose, le perle di nuvole n'approfittano: fingendo di corteggiare il sole, adornano il cielo di una fitta collana, fino a sedurre anche i più timidi raggi di luce. Il cielo cupo diventa lo sguardo triste e offuscato dell'Africa e il vento incessante, tipico di questi giorni soffocanti è il suo respiro affannoso e amoroso che si appiccica sulla pelle, quasi a voler consolare la nostra lontananza e a compensare la carenza d'affetto e contatto. Lo scirocco è il canto malinconico dell'animo africano, che si diffonde per tutta l'isola, accompagnato da violini striduli di voci ed eco: filastrocche quotidiane di pescatori ,stanchi,che rientrano nel porto, e versi insistenti di gabbiani che intrecciano danze sul mare, sfiorando l'acqua, quasi invitandola a ballare con il vento.
Era un tardo pomeriggio di scirocco e anche la mia anima vibrava, come una canna che si piega al primo vento della sera. La primavera dipingeva il quadro pittoresco del cielo con i pastelli dei fiori di pesco, di timo, delle margherite dorate, dei cardi spinosi e dei mandorli ancora acerbi, sfumando o contrastando le infinite tonalità del tramonto. Il mare era increspato, come cartapesta modellata disordinatamente. La sabbia si alzava, lentamente, depositandosi sulle palpebre e imprimendo sul cuore l'ennesimo sigillo d'amore e d'attenzione dell'Africa.
Quel tardo pomeriggio, la clessidra del tempo era veloce, troppo veloce, ed io avrei voluto capovolgerla e riempirla di tutta quella sabbia che mi circondava: almeno per rivivere le piccole gioie della vita o per cancellare i grandi dolori, per recuperare tutto ciò che avevo perduto. Ma la clessidra del tempo non si può rovesciare e noi non possiamo fare altro che osservare il flusso dei granelli di sabbia che scende, ora lentamente, quando l'attesa ci sembra eterna, ora velocemente, quando vorremmo che il tempo si fermasse. E il tempo, quel tardo pomeriggio, sembrava essersi fermato proprio su quella spiaggia, dove mi recavo, spesso, a parlare con il mare, con il vento, con Dio, per poi ricevere solo risposte sibilline dalle conchiglie, raccolte e appoggiate ad un orecchio. Intanto, i ricordi diventavano sempre più insistenti, come quelle onde impetuose che arrivavano, improvvisamente, sulla riva e poi si asciugavano, ritornando a mescolarsi con il resto del mare e lasciandoci l'illusione di averci portato, anche per un attimo, qualcosa che ci apparteneva. Onda dopo onda. Acqua su acqua. L'illusione diventava delusione: tutto ciò che è perduto non ritorna e tutto finisce tra i fondali dei rimpianti. Anche le onde della ragione s'infrangevano contro lo scoglio testardo del cuore, che le rifiutava e le rimandava indietro.
Era il tardo pomeriggio in cui il cuore e la ragione lottavano e tra i due nemici non poteva certo esserci pace: solo il dubbio è una conveniente e fugace tregua ma, prima o poi, l'uno avrebbe sconfitto l'altro, inevitabilmente. Non sapevo cosa desiderare: che vincesse il cuore o la ragione; forse il cuore per continuare ad amare, forse la ragione per smettere di soffrire. Ogni mio sguardo costruiva una contemplazione o una meditazione e le mie osservazioni erano come ragni che tessevano lunghe ed intense tele d'emozioni, per intrappolare, come insetti, altre illusioni: ma erano speranze o rassegnazione? Non volevo che quello fosse il tardo pomeriggio della rassegnazione e il vento caldo dello scirocco mi suggeriva speranze.
Il mare era sempre increspato, come cartapesta disegnata disordinatamente ma, questa volta, la mano invisibile di un artista aveva creato una distrazione al mio sguardo e ai miei pensieri: una microscopica barca, bianca e azzurra, con una striscia centrale gialla, rossa e verde e con una strana incisione, in lingua araba, sul legno invecchiato, si dondolava sull'altalena dell'acqua, ora affiorando ora scomparendo sotto le lunghe onde. Anche il mio cuore cominciava a sobbalzare, per l'urto della paura e della curiosità, soprattutto quando l'ultima onda aveva scaraventato, con impeto, la barca sulla riva, a pochi passi dai miei occhi increduli. Qualcosa respirava. Qualcosa sospirava.Qualcosa gemeva. Chi era quella persona rannicchiata su se stessa, fino a sembrare un fagotto? A chi appartenevano quei respiri, quei sospiri e quei lamenti? Non sapevo se fuggire, senza voltarmi indietro, o se avvicinarmi con cautela. Intanto, qualcosa si muoveva.
Il capo, coperto da un fazzoletto con disegni di palme e piantagioni di tabacco, era chinato sulle braccia, incrociate sopra le ginocchia, e si sollevava con timore, lasciando intravedere due occhi tristi e smarriti, misteriosi come la notte: erano gli occhi di Midhina.
Lo scirocco continuava a soffiare come un ventaglio che sventola incoraggiamenti ad ogni stato d'animo preoccupante e sulle ali di quel vento volavano le parole dei pescatori, che tiravano le reti gridando: "Sbarcu ci fu! Navutru sbarcu di clandestini! Dici ca c'era pure na carusa e a ittaru a mari supra na varca nica quantu na bagnarola, pi sviari i vedetti da guardia costiera.I pigghiaru tutti! I pigghiaru tutti! Ma u cumannanti scappò co pescherecciu africanu e a carusa accumora si persi a mari.Ncuscenti! Disgraziati! Usari na carusa pi sarvarisi e lassalla sula di dda bagnarola cu stu malutempu (c'è stato uno sbarco! Un altro sbarco di clandestini! Dicono che ci fosse pure una bambina e che l'abbiano gettata in mare, su una barca piccola quanto una bacinella, per sviare l'attenzione delle vedette della Guardia Costiera. Li hanno presi tutti! Li hanno presi tutti! Ma il comandante è scappato con il peschereccio africano e la bambina sarà dispersa in mare. Incoscienti! Disgraziati! Usare una bambina per salvarsi e lasciarla sola in quella bacinella, con questo brutto tempo).
Non era difficile capire chi era Midhina e da dove arrivava. Midhina era il più gran dono dell'Africa e ne portava i colori, i sapori, gli aromi e gli umori: aveva i capelli scuri, come il cacao amaro appena setacciato; la pelle, leggermente più chiara e addolcita dalla tenera età, come il cacao zuccherato; i denti come il pregiato avorio; le labbra morbide e lisce come olio d'arachide; gli occhi come giganteschi chicchi di caffè, macinati dalla sofferenza e dalla disperazione. I piedi erano scalzi, come la povertà più nuda.Uno scialle di lana, carico d'umidità, le ricopriva inutilmente le minute spalle.Il vento faceva aderire a quella corporatura esile una veste lunga e larga, bagnata e resa trasparente dall'acqua, lasciando intravedere o immaginare le prime dolci forme femminili. La natura le aveva regalato un insolito e grosso neo, a forma di goccia, sotto l'occhio sinistro, quasi come previsione delle sue lacrime eterne, della sua sventura e del suo triste destino.
Midhina aveva un sogno e il suo sogno era la luna.E voleva la luna per chiederle la libertà. Era convinta che nelle notti di plenilunio, la luna piena si trasformasse in una sfera magica per esaudire i desideri degli uomini tristi e soli.In quelle notti, cioè, dovevi lanciare un sassolino o un petalo di fiore proprio nel punto dove il volto della luna si rifletteva sullo specchio ondoso del mare. Se vedevi un delfino guizzare dall'acqua e recuperare quel sassolino o quel petalo significava che la luna aveva ascoltato le tue richieste e voleva essere generosa con te. Se, invece, il sassolino rimaneva nel fondo del mare o il petalo in superficie, dovevi aspettare un'altra luna piena. Midhina aveva raccolto tutti i sassi della sua terra e aveva strappato i petali a tutti i fiori dei campi, per chiedere alla luna piena di trasformare il suo cuore prigioniero in cuore libero. Ma, ogni volta, nessun delfino veniva a raccogliere i suoi sogni. Forse in Africa i delfini non esistevano. Forse la luna non ascoltava i desideri dei bambini. Le avevano fatto credere che in Italia era possibile chiedere in prestito la luna alla Notte e nasconderla, almeno per un giorno, finché la Notte non tornava a cercarla. Solo così Midhina avrebbe potuto implorarla di ricordarsi di lei. La luna, però, è figlia della notte e quale madre non ama una figlia così bella e se la lascia rapire? E, poi, è giusto che la libertà sia un sogno? Non dovrebbe essere un diritto di tutti?
In quel tardo pomeriggio, che aveva già dato il benvenuto alla sera, io ero schiava dei miei pensieri, dell'amore, dei ricordi, dei rimpianti. Ero schiava del cuore e della ragione, che mi tenevano chiusa in una torre di sofferenza, inquietudine e confusione. Ma ero libera. Libera di pensare, d'amare, di ricordare, di rimpiangere. Libera di usare il cuore o la ragione. Libera di uscire dalla torre o di rimanerci. Midhina era solo libera di illudersi che qualcuno non si accorgesse di lei, quella sera. Era solo libera di sperare che qualcuno non la trovasse. Conosceva bene la sua sorte e quella degli altri fratelli africani: o essere rispediti in patria, come lettere rimandate al mittente, o vivere, per sempre, come clandestini. In quell'attimo anch'io mi sentivo una clandestina: mi nascondevo dentro me stessa e non volevo farmi trovare dalla vergogna che mi perseguitava, per aver sprecato troppo tempo a piangere per piccole sofferenze, per continue lamentele e insoddisfazioni; per essere rimasta dentro quella torre che mi permetteva di vedere il resto del mondo solo attraverso le sbarre della superficialità.Fuori da quella torre c'erano persone che soffrivano più di me. Midhina era una di quelle persone ma…quella sera, qualcuno si accorse di lei, qualcuno la trovò…
Midhina aveva un sogno e il suo sogno era la luna. Un giorno, la luna si ricordò di lei, per sbaglio o per pietà, ma in cambio le chiese tutto ciò che le era più caro: Midhina ha venduto i suoi capelli come il cacao amaro, la sua pelle come il cacao zuccherato, i denti come il pregiato avorio, le labbra morbide e lisce come olio d'arachide, gli occhi come chicchi di caffè. Midhina ha venduto il suo corpo, il suo cuore e la sua anima e continua a venderli, in cambio della libertà Adesso è più schiava di prima. E' schiava degli uomini.
Quando la vidi, per caso, in quella caotica città, in quello squallido quartiere di baby-prostitute, su quel maledetto marciapiede, pensai ad una terribile coincidenza della vita, ad un terribile scherzo del destino, ad una terribile somiglianza, ma quel grosso neo, a forma di lacrima, sotto l'occhio sinistro, tradì ogni mia illusione.Quella era la disperazione di Midhina. Non potevo sbagliarmi…
Anche oggi è un tardo pomeriggio di scirocco ed io sto aspettando che scenda la sera, per guardare in faccia la luna e rimproverarla di promettere sogni e verità per poi regalare solo delusioni e bugie.
Anch'io, come Midhina, ho raccolto tutti i sassi della mia terra, per lanciarli proprio nel punto dove il volto della luna si riflette nel mare, ma su quest'isola ci sono pochi fiori e non voglio strappare petali per false speranze. Se potessi esprimere un desiderio, in questa promettente sera di luna piena, chiederei la libertà di Midhina. A Lampedusa i delfini esistono.
"Siamo tutti clandestini in una terra che non è mai nostra. Siamo tutti cuori clandestini in cerca di una terra promessa. Ma la terra promessa dov'è? La terra promessa è solo dove c'è libertà. E la libertà è solo dentro di noi: dove niente o nessuno può permettersi di rubarcela".
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Pupille di roccia calcarea si dilatano sugli occhi trasparenti del mare accarezzate dall'aurora che soave le schiude e poi accecate dallo sguardo insistente del sole di mezzogiorno si restringono finché tardo crepuscolo leggero manto d'ombra promette. I Faraglioni di Ponente. Occhi di scogli orgogliosi accigliati dal maestrale spruzzano lacrime d'acqua sulla costa frastagliata dell'isola adiacente e goccia a goccia l'arida terra asciuga pianto di malinconia che commuove. Pupille aguzzanti che puntano il cielo. Insonni pure quando il tramonto le labbra accosta alle guance d'occidente e il bacio della buonanotte concede all'orizzonte. Dal faro abbagliate rapido e continuo fascio di luce dietro palpebre sonnolente mai le sorprende. Riposa tranquilla la mia Lampedusa sotto gli occhi vigilanti dei Faraglioni di Ponente quando l'inverno d'ogni isola è letargo ma non del cuore che stagione non segue per lasciar desta l'inquietudine. Torna su
Inverno dell’isola Scenografie di rocce selvagge baciate dalla solitudine. Coreografie di foglie danzanti trasportate dal vento. Lune piene di sogni addormentati sull’amaca lenta della monotonia. Desiderio di fuga regista di libertà schiave del mare. Cala il sipario la notte sul palcoscenico della desolazione. Lunghi applausi del silenzio al cuore dell’isola attore e spettatore di un altro inverno. Torna su
Tacita è la notte ma di me ti parlerà al luna complice d’un silenzio che alcuna parola non suggerisce. Guarda. ora si tinge d’un incantevole rosso che nell’anima sfuma nei tenui colori di un’emozione velata da timide nebbie. Ora chiara e trasparente inquieta si dilegua sfuggendo allo sguardo di chi insegue una luce ch’a poco a poco s’attenua. Tacita è la notte ed io sono una luna calante che teme di mostrarsi agli occhi tuoi curiosi di conoscere il plenilunio dei miei pensieri. Guarda. ora una sottile falce ti svelerà solo il profilo del cuore mio che stanco e impaurito nasconde il volto dietro un alone di silenzio. Torna su
Mare d’inverno è improvvisa tempesta nell’anima. Cuore illuso ribelle alla ragione che delude. Acqua di speranza che s’incontra e si scontra con acqua di rassegnazione. Mare d’inverno è improvvisa impotenza nell’anima. E’ quest’onda immensa d’amore che emerge dai miei occhi ancora innamorati e si asciuga sulla riva di chi la rifiuta. E’ questa brezza di pensieri e parole che si ferma sulle mie mani ancora innamorate senza giungere a te. Mare d’inverno è improvviso attimo che litiga col tempo e poi l’abbraccia: sogno e realtà amore e rancore libertà e schiavitù assenza e presenza dentro di noi. Mare d’inverno è sentir per quell’attimo il cuore della vita che batte dentro al tuo cuore. Mare d’inverno è improvviso perdersi per non ritrovar mai se stessi. Torna su
Come foglia cadente
Io. Anima vagabonda. come foglia cadente trasportata dal vento dove il cuore non vuole.
Arriverà la pioggia a lucidar di verde speme pur l'ingiallita lamina di me,caduca foglia: anima d'autunno che primavera attende per rifiorir da nuova gemma dove il cuore vuole. Torna su
Fiore di luna
Primavera della notte. Fiore di luna che corolla d'incanto al buio schiude su calice perlato da luce di seta. Come farfalle luccicanti danzano nel cielo le stelle e i lunari petali corteggiano con ali d'incenso nettare d'amore cercando. Torna su
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