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Andrea Anfossi, schiavo fuggiasco miracolato
E’ un paese dell'entroterra ligure di ponente, morbidamente accoccolato sulle falde di una collina a m 300 s.l.m., distante km 2 da Imperia, km 5,5 da Taggia e km 13 da Sanremo. Ne dette felice immagine da innamorata lo scrittore Giovanili Ruffini nel 134 romanzo Il dottor Antonio: «Sopra una cresta elevata sorgeva Castellaro inondato di raggi solari. il più gaio paesello del mondo. Si potrebbe immaginare che Castellaro senza la felicità dell'esistere e, nell'impeto della gioia, stia per precipitarsi in braccio alla valle...». Fu per Inconsapevole merito di Andrea Anfossi, contadino e marinaio, che si creò da allora e dura tuttora un ideale ponte di amicizia e di fede tra le due cittadelle collocate l'una nel cuore del Mare Ionio (Lampedusa) e I'altra sulle rive del Mar Ligure (Castellaro). A quel tempo (1561) la pirateria turca (o saracena) infestava pressoché indisturbata tutto il Mediterraneo. Ogni anno diventava più audace tanto da allontanarsi dalle sicure basi mediorientali e nordafricane per aggredire le coste del Mar Ligure depredando villaggi, paesi, cittadelle e persino le fortificate città dell'immediato retroterra collinare. «Avevano il loro famigerato ricetto (= ricettacolo, nascondiglio) nella baia di Olivula, ora Villafranca, e a Frassinello, ora Freyus, donde partivano per riversarsi poi su città e paesi del litorale. Baldanzosi ed insolenti, assalivano nottetempo le terre delle sponde liguri, le incendiavano, ne rubavano le ricchezze, ne menavano schiavi i miseri abitanti... I Comuni si univano in alleanza per difendersene ed erigevano nei punti più strategici i " castellari " (=castelli di protezione contro gli invasori. Filippo Anfossi, N.S. di Lampedusa, venerata in Castellaro, Alzani, Pinerolo, 1938). Si racconta che nella notte dei 6 agosto 1534 la cittadella di Sanremo assalita da dodici galere saracene ma gli assalitori furono respinti. Tornarono con maggior successo l'anno dopo e, depredata Sanremo, aggredirono Santo Stefano i cui abitanti fuggirono lasciando le case nelle mani dei predoni. Alcuni abitanti furono catturati e condotti schiavi sulle navi pirate. A Castellaro viveva un uomo «di costumi semplici e di fede ardente» (rif. c.s.) cui era stato dato il soprannome di Gagliardo per la statura robusta e il molto coraggio. Durante l'invasione piratesca della notte del 25 giugno 1561 fu catturata dai nemici mentre navigava lungo le coste alla loro caccia. Due iscrizioni una in latino all'esterno della chiesa di N.S. di Lampedusa e l'altra in Italiano all'interno (traduzione della prima) sono testimonianza della sua cattura: «Piraticam in turcas exercens...» e «Contro i Turchi corseggiando A giorno... ». Infatti le autorità civili e i privati cittadini volentieri si univano alle milizie cristiane e formavano piccole flottiglie delle loro imbarcazioni da pesca con il compito di vigilare e, se necessario, dare battaglia ai pirati difesa delle terre costiere e dei villaggi. Fu in uno di questi scontri che Andrea Anfossi, detto il «Gagliardo», cadde prigioniero. Sarà una prigionia da galeotto che durerà ben 40 anni, sopportata con rassegnazione, sostenuta dalla fede in Dio, senza che i maltrattamenti fisici siano riusciti a stroncare la forte fibra del corpo. Il pensiero costante era di tornare un giorno al suo podere denominato Casta ventosa. La nave pirata, navigando verso il mare meridionale, ebbe necessità di fare scalo alla piccola rada interna dell'isola di Lampedusa per approvvigionarsi di legname che era abbondante e di buona fibra in tutta l'isola. Andrea Anfossi, provvisto di una scure, fu mandato a terra per tagliare legna. Inoltratosi verso l'interno dove più fitta era la vegetazione, la sua mente escogitò di profittare dell'occasione favorevole per fuggire. Ma subito si scoraggiò, L'isola, disabitata, era piccola e in un solo giorno di rastrellamento poteva essere esplorata in ogni angolo. Essa distava tuttavia dalla terraferma tunisina, la più vicina, 100-125 miglia; e questa era comunque terra dei pirati. Dalla terraferma italiana più vicina (Porto Empedocle sulla costa meridionale di Sicilia) distava 110 miglia; troppe in ambedue i casi per essere percorse a nuoto o con una modesta imbarcazione. Non gli restò che chiedere aiuto e consiglio al Cielo. S'inginocchiò per pregare e poco dopo vide salire dalla boscaglia una luce intensa. S'avvicinò e in una cavità della roccia apparve, in una grande tela dipinta, la dolce immagine della Madonna che tiene in braccio il piccolo Gesù con le mani colme di rose. Accanto alla Madonna, sulla destra, in atto di reverenza e con il capo incoronato, sta l'immagine della vergine e martire Santa Caterina, nobile giovanetta di Alessandria d'Egitto, di rara bellezza e dotata di eccezionale ingegno. Di lei s'era invaghito l'imperatore Gaio Galerio Valerio Massimino Dàia, tristemente famoso per la ferocia delle persecuzioni contro i cristiani. Aveva preteso di indurre la giovane Caterina a rinunciare al culto cristiano, cui s'era dedicata con intenso amore, e di obbligarla a offrire barbari sacrifici a Giove. Non essendo riuscito nel perverso disegno condannò la bella e sapiente Caterina al martirio. Il corpo fu legato a una ruota munita di lunghi e crudeli uncini di ferro che ne avrebbero dilaniato le carni. Ma la ruota miracolosamente si frantumò in mille inutili pezzi prima di straziare la vittima. L'imperatore la condannò al taglio immediato della testa. Appena il carnefice ebbe reciso il capo con la spada, dalla ferita sgorgò abbondante latte a testimonianza della sua innocenza. Il corpo ancora caldo fu subito prelevato dagli angeli che lo trasportarono sul Monte Sinai dove fu sepolto. Sulla tomba fu eretto, più tardi, un grandioso monastero a memoria della vergine martire. Questo era accaduto nel primo decennio del sec. IV d.C. L'immagine apparsa al marinaio fuggiasco mostrava Santa Caterina che stringe con la mano destra la ruota con uncini. Ai lati di tutta l'apparizione due angeli seduti sulle nubi tenevano distesa la tela. Andrea Anfossi implorò a gran voce l'aiuto della Madonna e della vergine martire promettendo, in cambio, la donazione dei suo unico podere di Costaventosa, posseduto a Castellaro, affinché vi fosse costruito un tempio per la venerazione della Madre di Gesú e di Santa Caterina. Con tutto il vigore del suo corpo possente abbatté con foga un grande albero centenario, con l'accetta ne scavò il tronco trasformandolo in rudimentale robusto scafo, e lo trascinò fino a una spiaggia remota e solitaria. Ne fece il varo e prima di imbarcarsi per la fuga dall'isola tornò al luogo dell'apparizione per prendere con sé la tela dipinta da collocare nel futuro tempio di Castellaro. Quella tela aiutò la lunga e difficile navigazione dell'improvvisata imbarcazione. Il marinaio l'usò, tenendola alzata con le braccia, come vela per dirigerla verso il lontano nord quando il vento lo consentiva. Appena allontanatosi da Lampedusa fu inseguito dalle veloci galere dei pirati ma la rozza barchetta di Andrea Anfossi fu miracolosamente più veloce. Ogni tentativo di catturarla fu vanificato dalla forza dei vento-della-fede e i pirati dovettero rassegnarsi alla perdita del gagliardo schiavo ligure. Un giorno dell'anno 1602 il coraggioso fuggiasco approdava in una spiaggia deserta del suo Mar Ligure, probabilmente tra le odierne Arma di Taggia e Santo Stefano al Mare. Aveva percorso incolume non meno di 1.500 miglia su quel difficile mare che è sempre stato il Mediterraneo. Raggiunto il paese natío Andrea Anfossi raccontò con voce tremante ogni dettaglio della incredibile ma vera impresa e confermò l'impegno di donare tutto il terreno del suo podere di Costaventosa. Ma i concittadini lo ritennero inadatto per la costruzione della nuova chiesa e ne scelsero un altro meno scosceso, distante circa 500 metri e denominato Cappella per la presenza di una chiesetta di cui oggi restano pochi ruderi. Al termine dei lavori vi fu collocato il dipinto dell'apparizione nonostante le animate ma inutili proteste dell'Anfossi. Dopo pochi giorni il dipinto scomparve e fu ritrovato al centro del podere Costaventosa. La Madonna lo voleva nella proprietà di colui che aveva donato per il suo tempio l'unica ricchezza che possedeva in cambio dell'aiuto divino ricevuto. Era nei patti tra lo schiavo miracolato e la Regina del Cielo. Ma l'ostinazione dei castellaresi non si arrese. il dipinto fu ripreso e ricollocato nella chiesa costruita in località Cappella. Poiché Andrea Anfossi era stato sospettato del trasferimento clandestino, alcune guardie furono collocate a protezione del dipinto, giorno e notte. Ma l'indomani era sparito di nuovo e ritrovato ancora nel podere Costaventosa dell' Anfossi. Evidentemente la Madonna aveva confermato il suo disappunto per la violazione del patto stabilito con lo schiavo miracolato che aveva mantenuto fede alla promessa. Agli abitanti di Castellaro non rimase altra alternativa che rispettare il volere divino. Furono subito iniziati i lavori di migliorie e appianamento dei terreno di Costaventosa e là fu eretto il santuario, per ricordare la benevola protezione della Madre di Gesú e per ospitare il prezioso dipinto che ne fu il sacro strumento. Al santuario fu dato il nome, che ha tuttora, dì Nostra Signora di Lampedusa sulla cui porta è riprodotta, in antico affresco, la scena di Andrea Anfossi imbarcato sul piccolo naviglio che innalza il dipinto dell'apparizione per essere sospinto e guidato dal vento. Il prodigioso quadro, originale, è collocato al centro dell'abside centrale ed è portato in processione la domenica dopo l'8 settembre di ogni anno, festa della Natività della Madonna. Invano cerchereste a Lampedusa un solo isolano disposto a dubitare della verità della vicenda accaduta al "gagliardo" schiavo ligure sfuggito, dopo quarant'anni, alla prigionia dei pirati. Tratta da “Le Isole del Sole” di Enzo Mancini U. Mursia Editore S.p.A. - Milano |
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