By | Marzo 3, 2019

Luna d’agosto 

Di Antonino Meli

 

“Luna d’agosto è una storia reale dove in qualche modo si cerca di raccontare per grandi linee alcuni momenti della mia infanzia ;  momenti ,per me, molto importanti come gli stessi personaggi , Tonino ,Sandro ,Franco, Pippo e Ignazio vengono omessi descrizioni dettagliate e storie complesse proprio per dare risalto ai personaggi come  Zi Turiddrhu realmente esistiti e vere come quasi tutto di questo racconto che dovrà essere arricchito con le storie di tutti i personaggi e fatti salienti che ancora mancano, dedico questo racconto agli amici della mia infanzia che crescendo si sono dimenticati gli uni degli altri.

Dicono che chi rivolge il proprio pensiero al passato si sente vecchio, forse è vero o forse è una di quelle frasi fatte di cui ne esiste una opposta e contraria, io non mi sento vecchio mi sento solo derubato di troppe piccole cose che il tempo, la nostra ignoranza, e la cupidigia ci ha hanno privato per sempre; un tempo questa piccola isola era davvero un piccolo paradiso e lo era ancora di più prima che dall’Italia vi giungessero i coloni per opera Ferdinando II° dei Borboni.

Sento dentro di me una forza misteriosa che mi spinge a scrivere sempre di più :

i pensieri affollano la mia mente e piombano sulla carta con la stessa facilità con cui le sbaglio!!

Credo di essere come quel grassone basso e brutto che nel buio misterioso della sua stanza studia danza classica e sogna di essere il protagonista di un ballo a Broodway , unica eccezione è che la mia ribalta è un monitor di 14 pollici ed i miei sogni si spengono tutte le volte con l’ultima cicca nel posacenere.

Ma è bellissimo lo stesso poter inventare mille storie da un solo pettegolezzo ascoltato mentre sei in fila all’ufficio postale, mentre le parole ti scappano dalle mani più veloci dei tuoi pensieri al punto che devi sintetizzare ogni singolo periodo di senso compiuto.

Questa volta, invece, ho deciso di raccontare un momento importante della mia vita cercando di imbrogliare il meno possibile ma sintetizzando oltre modo ogni cosa ed avendolo scritto in poco più di tre ore, spero davvero di non aver sperato troppo da me stesso, ma è ciò che ho voluto fino ad ora: provare a scrivere una storia vissuta davvero, e credo sia la cosa più difficile in assoluto, perché non puoi immaginare nulla perché quello che scrivi lo hai visto davvero.

A voi confusi dalla voglia di crescere sempre di più …malgrado tutto con grande, grandissima stima e amicizia.

 

Ninì.

 

 

Un caldo pomeriggio d’estate nell’isola con le sue angosce i suoi profumi le sue gioie e i rumori, rumori nel silenzio invadente posato sulle ore lente e interminabili, adoro le cose della mia terra le piccole cose quotidiane che scandiscono il tempo con ritmi tranquilli, qui tutto è ritmato dalla monotonia incessante dell’attesa si può sentire il tempo che passa dal martellare sincopato del carpentiere lontano centinaia di metri confuso dal motore di un gozzo ,al rientro dalla pesca ,quando taglia il mare ,come una lastra di vetro senza confine, e il profumo del caffè appena pronto si diffonde nell’aria con la stessa facilità del vocio dei giochi infantili.

E tu ,resti fermo sull’uscio di casa e lasci cadere la gioia su queste umili cose della tua terra ,immobile come i  massi di Cala Creta ,vorresti essere la terra ,il sole, vorresti essere la luce di questa lingua bruciata di terra amara come la malva del vollon forbice e dolce come la luna d’agosto.

Oggi non è più quel tempo lontano di vent’anni fa quando correvi al porto ,vicino casa, per giocare sui blocchi  frangi mare con le cime enormi e sfilacciate di una moltitudine di natanti all’ancora, quando in un  piccolo laghetto tra le rocce si è intrappolata un’enorme mela e ingaggiasti una lotta con un granchio  fino a che questi non ti costrinse alla fuga  spalancando le  enormi tenaglie.

Il porto naturale era un grande parco giochi da cui emergeva la carcassa semi affondata del bastimento, meta di noi ragazzi nei pomeriggi d’estate Tonino era spugna ed io Capitan Uncino la spada era un frammento di legno e un tenero gabbiano era Piter Pan, le scalette arrugginite dell’albero maestro avevano pochi pioli corrosi dalla salsedine il bastimento giaceva sul piccolo fondale sul fianco di dritta , ancorato con le cime a picco sul fondo ;verde chiaro con una striscia nera, la prua terminava a punta da cui  pendeva una cima che oscillava in continuità :era il nostro trampolino per prendere la via del ritorno.

La bassa marea era il fenomeno più affascinante della gioventù l’acqua del mare si ritirava freneticamente con piccole onde…

 

Io  – A sicca ! a sicca, Tonì i  muccuna…curri..curri ! ! [1]

 

era il grido di battaglia ,Tonino era gracile e vispo come un grillo si svegliava all’alba e indossava già il costume da bagno rosso con due bande laterali bianche ,sempre a piedi scalzi aveva un ciuffo di capelli sulla fronte verso destra ; era una permanente dovuta alla quantità di tuffi e alla mossa per scrollarsi l’acqua dalla testa, quel ciuffo era ormai parte di se ,sul collo portava una fionda il cui manico era stato ricavato da un ramoscello a V di oleandro e lavorato dall’enorme pazienza del nonno che io chiamavo Zì Turiddrhu, gli elastici erano due strisce di camera d’aria di bici di colore rosa   ,sul volto un sorriso perenne occhi vispi e spalancati.

U MARROBIU così si chiama in dialetto il fenomeno della marea ; arrivava all’improvviso quasi sempre durante giornate molto nuvolose ,cupe con assenza quasi totale di vento volavamo giù per la gradinata che da casa portava  al porto scalzi ed eccitati dalla voglia di entrare nella baia oramai quasi del tutto prosciugata, davanti ai nostri occhi uno spettacolo bellissimo l’acqua si era ritirata fino al braccio del molo principale all’altezza della lanterna rossa le barche rivolte su un lato ;il  mare svelava i suoi segreti ai nostri occhi spalancati le cime dei gozzi legati ai corpi morti: quasi sempre grandi blocchi di tufo ,le alghe verdi e basse come un prato in primavera su cui saltavano grossi cefali sorpresi dalla marea, finalmente potevamo osservare la grande sagoma del bastimento affondato che si stava svuotando dell’acqua rimasta nelle stive ,entrammo in acqua cercando i molluschi preferiti da Tonino mentre continuava a gridare con la sua voce squillante

 

Tonino – chinu di muccuna è…chinu di muccuna ! ! [2]

 

bisogna camminare con attenzione sul fondo e melmoso  per prendere i molluschi si devono usare i piedi facendo attenzione ai cavi di ormeggio che passano radenti il fondo.

Era un vocio continuo i marinai sul molo temevano il rientro brusco della marea mentre noi ragazzi avanzavamo alla conquista del bastimento e quando gli fummo a ridosso osservammo con la bocca spalancata il gigante assopito le enormi falle sul fianco da cui si intravedeva l’ossatura Tonino era rimasto di stucco stringeva su una mano un mollusco la bocca aperta e lo sguardo fisso sulla nave aveva trattenuto il respiro d’un tratto inghiottita l’ultima goccia d’emozione con un filo di voce disse 

 

Tonino – Maria quant’è… [3]

 

Il rumore del rientro della marea era preceduto dalle voci dei marinai al molo , troppo distanti dai nostri sogni ,non udimmo le voci e oramai il rientro della marea ci aveva sorpreso lontani

 

Io -A China ! ! a China… curri tonì ! !

 

cominciammo ad arrancare verso il molo ma il fango ci impediva di muoverci con agilità ma tutto andò per il verso giusto e riuscimmo a raggiungere la banchina.

Una volta in salvo fummo salutati da due grossi ceffoni del nonno di Tonino , Zì Turiddrhu era la persona più saggia e affascinante che mi è capitato di incontrare nella mia vita era basso e magro due occhi spalancati sempre arrossati, il volto  scavato da rughe profonde e le mani annerite dal fumo di centinaia di sigarette ;durante la gioventù fu imbarcato con i pescherecci Greci per la pesca delle spugne  ci raccontava che scendeva in profondità con lo scafandro per pescarle forse per questo aveva un’inconfondibile andatura; il basco nero sulla testa quasi completamente calva una camicia a quadri rossa e bianca e il paniere di vimini sul gomito sinistro coperto da una tovaglia a righe grigia, avanzava lentamente guardando in tutti i lati  tranne che davanti, la bocca spalancata per prendere tutta l’aria possibile il busto in avanti e le gambe in dietro i pantaloni della marina del dopo guerra sorretti da uno strettissimo spago fino a formare un rientro all’altezza del bacino, era un inguaribile abitudinario adorava ,dopo cena, intrattenersi con noi per raccontarci le storie più strane e continuare a sorseggiare il suo vino nel misero bicchiere infrangibile consumato dal tempo e scolorito a tal punto che ne aveva perso la trasparenza tipica del vetro in lotta perenne con la moglie che gli nascondeva il vino che lui reclamava minacciando di non raccontare nient’altro

 

Zì Turiddrhu -Mughè ,esclamava ,l’untimu iriteddrhu e poi basta.[4]

 

Le notti di luna piena parevano illuminare d’argento la roccia calcarea e i racconti di zì Turiddrhu riempivano tutto lo spazio intorno a noi  nella modesta veranda del bungalow ; gli alberi erano parte integrante della casa di pietra a secco; erano cresciuti sul pavimento ed egli ne aveva enorme rispetto e cura e attraversavano il tetto di legno e tegole con l’intero busto per fiorire all’esterno fino a ricoprire completamente la piccola casa immersa in un meraviglioso verde.

La voce graffiata dal fumo, il bicchiere stretto nella mano e due occhi spalancati puntavano angoli invisibili nella notte illuminata dalla luna, le lunghe pause per cercare i volti i nomi, nella mente e le emozioni che gli provocavano da ingoiare con un sorso di vino.

Dove sei finito anima semplice , piccolo grande uomo ; ho ancora nella mente l’eco delle tue parole e l’amore grande che serbavi per le cose semplici della tua vita, quel grande rispetto per le cose del mondo e le rughe sul tuo volto cosparso di centinaia di vene sulle guance scavate.

Sei scomparso nel silenzio con grande dignità accompagnato dalle visioni della tua compagna di vita che ti aveva preceduto nella fine, e condannato a morire ogni giorno un po’ fino a spegnersi ,come l’ultima luce del giorno.

Quanti ricordi di quest’uomo di grande esperienza, una sera andammo al cinema ,in quel periodo la proiezione di moda erano i film di arti marziali per noi c’era assolutamente la prima fila ,le poltrone di legno sfilacciate sullo schienale ,dovevamo prenderle nell’angolo a destra adiacente lo schermo dove erano riposte in file da dieci ammucchiate le une sulle altre, per evitare che altri ragazzi si ponessero davanti a noi a loro volta le prendevamo appena vi era buio in sala, dovevamo metterci più vicino possibile al palco su cui era poggiato il grande telone bianco dello schermo, la sala era enorme è foderata con fogli di formica bucherellata nel cui interno vi era lana di vetro per la sonorizzazione e decine di aperture metalliche rosse sull’estremità della sala ed in corrispondenza di ogni porta, la piccola fessura.

 Sul lato opposto era la sala di proiezione da qui si affacciava Salvo per verificare l’affluenza di pubblico nella sala, non vi erano orari di spettacolo tutto era lasciato all’improvvisazione ed alla discrezione di Salvo così gli spettatori si agitavano al massimo sgranocchiando centinaia di semi di zucca salati e di una gassosa comprati da Ciccio Carnipicca che era un vecchio confinato dell’era di Mussolini rimasto a vivere nell’isola; era basso e magro e indossava sempre una coppola nera e una giacca di camoscio marrone, mi ricordo che tremava in continuazione e quando ci porgeva le sementi dovevamo agguantarle al volo perché Carnipicca le rovesciava tutte per terra ,aveva un carrellino bianco molto ordinato ed era aiutato dal figlioletto U burricu ,ogni tanto qualcuno più irrequieto gridava dalla platea ORARIO!! e subito dalla finestrella di proiezione ne usciva la testa di Salvo indispettito che guardava nella sala borbottando.

Vi era un linguaggio specifico per le proiezioni che erano vere e proprie manifestazioni popolari di incredibile platealità.

Tutto questo vissuto a quel tempo era assolutamente normale, si poteva burlare il proprio amico a voce alta per fare ridere tutti e poco tempo dopo offrirgli i semi di zucca come se nulla fosse accaduto.

Erano certamente altri tempi ma credo che troneggiava l’amicizia, la sincerità e molti valori che oggi si sono sbiaditi; eclissati dalla fame di danaro, di potenza.

Ad un certo punto qualcuno  urlava “ ORARIO!!” con decisione ma distrattamente come se si facesse di nascosto, perché era tardi ma bisognava dare una chance a Salvo perché la sala si riempisse ancora, vi era il rispetto delle persone, anche se ad un certo punto la voce cambiava improvvisamente tono e, ancora distrattamente, ma con più decisione e spesso accompagnata da un colpo di piede sul pavimento, e quindi il TERZO livello era senza dubbio il più bello , l’interlocutore era quasi sempre un tipo molto robusto, si girava seccato verso la finestrella delle proiezioni, e gridava “Orario!!” con decisione estrema scandendo ogni singola sillaba con un colpo sullo schienale della poltrona…era davvero ora di cominciare, buio in sala comincia la proiezione la prima parola (dipendeva dal tipo di film) che mi ricordo era AIANNA!!, non so esattamente quale era il significato ma era un’esclamazione proveniente da uno dei ragazzi in sala.

Poteva succedere di tutto durante la proiezione e non mi avrebbe scandalizzato il fatto che se dalle finestre entrava una tortora qualcuno avrebbe potuto estratte una doppietta e sparargli tranquillamente e forse qualche altro avrebbe chiesto

 

…MA…a pigghiò!! [5]

 

A volte capitava che si rompeva la pellicola, succedeva quasi sempre durante le scene migliori, e scatenava la furia degli spettatori, ma la parola questa volta era “PELLICOLA!!” e a differenza di Orario aveva solo due Fasi.

Dopo la proiezione le mosse di karatè viste nel film venivano provate contro il lampione all’uscita del cinema e su di noi piccoli Bruuce Lee sulla strada di casa, Tonino invece no , lui non condivideva i nostri sogni si sentiva attirato da altre cose ,armava la sua fionda e colpiva tutte le luci che dal centro illuminavano la strada fino a casa e sul culmine della gradinata dritto e in paziente attesa Zi Turiddrhu ,aveva visto tutto e non era disposto a perdonare il nipote ,lo colpì con un grosso ceffone e disse..

 

Zi Turiddhru -U Brigatieri c’a sta vinennu , ora t’arrestinu ….

 

Tonino sconvolto dalla paura si nascose per tutta la notte nel carrubo sotto casa fino alla mattina del giorno dopo ,la nonna lo chiamava dall’alba ma lui restava nascosto immobile per paura che le guardie lo arrestassero ,noi sapevano della capanna sotto il carrubo e la mattina seguente eravamo andati a trovarlo lui era arrampicato sui rami dell’albero cercando di catturare un passero con la fionda.

Tonino era certamente un personaggio , adorava cantare a squarcia gola le canzoni di Adriano Celentano e lo faceva quasi sempre quando era in crisi mistica: precedeva il gruppo di amici che durante il pomeriggio andavano in spiaggia e cominciava a cantare completamente assorto sempre lo stesso ritornello, era praticamente impossibile comunicare con lui, lui si era assentato…eravamo tutti convinti che se un fulmine gli sarebbe caduto a fianco egli si sarebbe scansato ed avrebbe continuato a cantare senza alcun problema.

Quel pomeriggio assolato i nostri passi sembravano più rumorosi del solito la cosa mi colpì non poco visto che eravamo tutti scalzi, il rumore di zoccoli sul sentiero in terra battuta era prepotente quasi ad annunciare a tutti che qualcuno di noi aveva cambiato luck, quel rumore aveva interessato tutti, persino Tonino assorto nell’interpretazione “dell’Albero di trenta piani” si era fermato DISTURBATO dal rumore, si era girato verso di noi e con un sorriso sornione aveva detto

 

Tonino – Ma cù è… ah? [6]

 

E mentre tutti cadevano dalle nuvole Lui, Franco detto PECURUNI, ci sorpassava fiero con dei plantari anatomici fiammanti e rumorosi, lo guardavamo invidiosi e ammirati mentre con grande disinvoltura passava oltre i nostri sguardi .

 

Ignazio – Oh Frà!… dunni i pighiasti si zocculi novi. [7]

 

Ignazio aveva osato chiederlo, Ignazio era il più simpatico della compagnia aveva un grande coraggio per questo era spesso chiamato dal gruppo a sbrogliare situazioni imbarazzanti o a rischio sia tra di noi che all’esterno del gruppo, adorava guidare la moto ed era anche molto bravo ma non quanto Pippo (suo fratello) che oltre ad essere certamente più bravo aveva un grande carisma e una fortissima personalità.

Oramai eravamo sulla spiaggia, e Franco non aveva risposto; la Guitgia[8] era piacevole nel primo pomeriggio, quasi completamente deserta e incantevole ,l’unica nota stonata era un casotto prefabbricato in alluminio pieno di orribili scritte era di Bibo e sue erano le barche tirate a riva c’era la Vanna e la Bruna e proprio lui con un gruppetto di turisti che stavano contrattando il prezzo per il noleggio di una barca.

C’era una sorta di rapporto conflittuale tra noi e Bibo, e oggi dopo tanto tempo ho un ricordo forse distorto dalle cattive esperienze giovanili ma mi piacerebbe poter definire Bibo UN TIRANNO, ci sfruttava in malo modo con la più marinaia delle promesse “il giro in barca” e dunque ordinava come il più indiscusso dei capi a voce alta e quasi sempre riusciva , con quell’aria da accattone, a farci ubbidire, non so perché continuavamo ad aiutarlo.

Quel pomeriggio in fondo alla spiaggia c’era un nuovo turista che aveva portato un gommone grigio enorme, era il primo che vedevo, il turista stava cercando di gonfiarlo e noi assistevamo alle operazioni in attesa della digestione, già !! La digestione; Tonino diceva che la digestione era un processo molto semplice che cominciava con la masticazione, il cibo giungeva all’esofago e cominciava a scendere piano piano fino alla pancia e quando vi era arrivato si facevano tre rumorosi rutti e quindi tutto era digerito e si poteva fare il bagno!!

In tanto quel turista si era parecchio affaticato di gonfiare il gommone ed aveva chiesto il nostro aiuto in cambio del solito giro, aiutammo il turista prima a gonfiare il gommone e poi a montare il motore un 25 cavalli Mercury e questa volta la nostra fatica fu premiata, ma non tutti potemmo salire sul gommone, vi andarono Tonino, Pippo, Ignazio e Sandro, io e Franco rimanemmo delusi sulla spiaggia, il gommone partì a razzo verso l’imboccatura del porto e compiva diverse evoluzioni a semi cerchio, quando una di queste evoluzioni scagliò tutti i nostri amici in acqua mentre il gommone continuava a girare incontrollato, le grida spaventose giunsero fino alla spiaggia, gridavano tutti e l’unico che era rimasto in silenzio era proprio Pippo.

Pippo era il più piccolo del gruppo tutti pensavamo che fosse un po’ la nostra mascotte e ignoravamo che era il più maturo di noi; affrontava ogni situazione di petto con decisione estrema sceglieva la soluzione ideale in qualunque situazione e malgrado un po’ di ciccia era agile e scattante sia con la moto che nel mare, quel pomeriggio non aveva fatto in tempo a scansarsi era la prima volta che da una situazione ne usciva sconfitto anche se per scansarsi dall’elica impazzita si era aiutato con la gamba ma questa gli aveva procurato un taglio enorme senza, fortunatamente, gravi conseguenze; ma anche questa volta aveva dimostrato di essere maturo e di grande equilibrio.

Gli amici ci hanno raccontato che per tutto il tragitto, una volta risalito in barca, non si era lamentato assolutamente di nulla mentre faceva una fatica incredibile per tenere chiusa l’enorme ferita.

Io e Franco cominciammo a correre verso il centro dove erano diretti anche i nostri amici con la barca, la nostra rabbia ci accecava, ignoravamo persino la fatica della corsa, volevamo vedere solo Pippo, sapere come stava che cosa era successo.

Giunti in centro vedemmo una folla intorno all’abitazione del medico ci infilammo tra la folla e salimmo le scade fino al laboratorio dove steso su una panca in legno c’era Pippo ci aveva sorriso per farci capire che non era successo nulla che andava tutto bene, già !! tutto bene ma non per lui, gli avevano dato 40 punti di sutura e tutti i ragazzi erano impauriti e non riuscivano a raccontarci nulla, eravamo disperati e addolorati per lui che invece voleva solo farci capire che era tutto a posto e non c’era nulla da temere.

 

  • Carissimo Pippo certamente tu non sai quante volte nella mia vita ho cercato di imitare quel tuo sorriso sereno e rassicurante dopo che qualcosa di grave mi era capitato, io non ci sono mai riuscito e da sempre , tutte le volte, vedo quel tuo volto paffutello con i capelli ancora bagnati che mi offre la sua serenità, la sua tranquillità per la mia paura , per la mia angoscia.

Ed ogni volta è sempre più difficile essere come sei tu.

La vita di ognuno di noi qualche volta ci plasma modificando i nostri atteggiamenti, arricchendoci o privandoci di occasioni che ci fanno crescere, oppure siamo proprio noi a cercare le stesse occasioni e modificando tutte le volte le nostre reazioni in modo adeguato.

C’è qualcosa di speciale in queste ultime persone, qualcosa che non cresce, che non vive in altri, e loro questa vita che hanno reso duttile come il rame e preziosa come l’oro io non sono che un sognatore , un osservatore; ho imparato dalla mia vita a guardare le cose per brevissimi istanti, ad ascoltare solo poche parole e a riguardamele, riascoltarmele per infinite volte per poi esprimere un’opinione.

E’ un po come guardare uno spettacolo in teatro io sono solo uno spettatore, ma tu sei il protagonista di una commedia, non occorre nessun talento per raccontarla, sintetizzarla, scriverla ; ma è necessario una grande capacità, un grande carisma e un forte carattere per essere un grande interprete.

 

 

 

Il tempo d’estate vola via in fretta, e lo scirocco di settembre spazza via i nostri castelli di sabbia sulla riva della Guitgia, quel giorno sembrava non dovesse mai arrivare, ma era sempre così tutti gli anni Franco e Sandro sarebbero tornati a Pescara, Pippo e Ignazio a Roma e Tonino anche lui quell’anno doveva partire, suo padre aveva deciso di intraprendere un’attività di commercio di pesce a San Genesio (Pavia) sarebbero partiti dopo la festa del 22 settembre.

Le onde del mare, un qualsiasi altro giorno, ci avrebbero fatto scatenate in un’infinità di tuffi, si cercava l’onda più alta per tuffarsi dentro poco prima dell’infrangersi sulla riva.

Ma quel giorno avevamo costruito solo un grande castello di sabbia e poi c’eravamo seduti tutti intorno a raccontarci l’estate che era finita, era tempo di bilanci, eravamo cresciuti ancora e forse quei quattro mesi più di un’anno intero sapevamo che non ci saremmo rivisti più fino alla prossima estate ed io più di tutti sapevo che quell’anno dovevo restare da solo.

Quando anche Tonino partì sentivo che si era chiuso davvero un grande periodo della mia vita, altri amici si sarebbero avvicendati ai vecchi che partivano; quanti ricordi da cullare, quante marachelle impunite sarebbero ammuffite in qualche angolo misterioso della nostra mente.

Raccontarle, o semplicemente scriverle è terribilmente faticoso, sono troppe le cose e i ricordi mi attaccano come una valanga di cavalieri all’assalto, è necessario scegliere le cose migliori mentre acchiappi al volo qualche ricordo più lento, è necessario riportare le frasi in dialetto perché è una lingua superba che presto scomparirà dal nostro costume, mentre le cose più belle forse le voglio tenere per me per la mia inguaribile fantasia.

Quante cose si potrebbero scrivere delle mie bellissime estati, per ricordarsi di quel gruppo inseparabile di amici e di quel tempo passato, dei profumi dell’erba selvatica dopo la pioggia, delle strade in terra battuta dove accendevamo dei falò per arrostire il pesce all’imbrunire; non passava anima viva per quelle strade e i pochi turisti erano vecchi amici con cui condividere un sorriso sincero e la tua tavola imbandita di povere cose, di povere e semplici sapori.

Come si può descrivere l’alba d’agosto di vent’anni fa quando il sole si alzava sulla baia della Guitgia per salutare il rientro di decine di imbarcazioni cariche di pesce azzurro e di gabbiani al seguito in cerca di resti, mentre solcavano quel mare di cristallo luccicante sotto il riflesso dell’alba, non puoi fare nient’altro se non un grande respiro.

Nessuno può mai descrivere le sensazioni di placida serenità di quei momenti se non chi li ha vissuti , che può condividere con me l’amore per questa terra.

Da ragazzo non andavo quasi mai all’Isola dei Conigli per me quel posto era incantato, desideravo andarci una volta ogni tanto per rimanerci un’intera giornata; quasi tutte le famiglie della mia piccola isola ci andavano in ferragosto di oltre 30 anni fa, noi ragazzini facevamo il bagno per l’intera giornata, ma l’acqua vicino alla riva era molto bassa non più di 20 centimetri bisognava camminare anche per oltre 60/70 metri verso il largo per fare il bagno.

La baia era completamente ricoperta di soffice e finissima sabbia bianca, e così il fondale del mare che al centro della baia era bassissimo ed assumeva un colore cristallino mentre ai lati dell’insenatura una moltitudine di colori e riflessi.

Quando giungevi al largo nuotando potevi girarti verso terra ed ammirare la vallata pennellata di sedimenti calcarei incunearsi un lato dentro l’altro come un letto di un fiume ed al centro la sabbia della spiaggia costellata di piccole capanne di bagnanti al fresco.

Dopo il bagno si andava in un vecchio fortino dietro la spiaggia per pranzare tutti insieme, ogni famiglia aveva unito il suo tavolo a quella del proprio conoscente fino a formare un lungo tavolo sotto una moltitudine di tende colorare e ancorate le une alle altre come un mosaico multicolore astratto, prima di cominciare a pranzare le mamme ci facevano in bagno con un secchio di acqua fresca e dolce attinta ad un pozzo adiacente il fortino e noi ragazzini ci mettevamo  tutti in fila aspettando il proprio turno.

Mi ritengo molto fortunato nella mia vita, ho vissuto dove volevo facendo ciò che mi piaceva, forse c’è qualcosa di assolutamente irrecuperabile come gli studi interrotti, ma sono felice lo stesso ,so che se avrei finivo gli studi (oltre a saper scrivere meglio!!) non sarei mai ritornato nella mi isola.

La vita è fatta di scelte per migliorare la propria esistenza, c’è chi sogna di lasciare una firma indelebile dell’essere STATO, e chi invece si accontenta, come me, di vivere per le cose che si amano, con le cose che si amano, mi piace pensare che un’isolano è come un’albero che ha messo radici su una terra infertile , ma che la voglia di vivere gli fa superare tutte  le difficoltà con estrema facilità e chi l’osserva è disposto a giurare che quell’albero è così grande e bello perché la terra è fertile e buona.

Mio nonno mi diceva sempre: gli alberi da frutto possono tornare a crescere in questa isola e dare dei frutti solo se nascono qui su questa terra; per questo sono come noi che per essere nati in quest’isola ci arrampichiamo sulle pietre in cerca di terra, ci lasciamo frustare dal vento senza emettere un gemito di dolore, ma dentro…al riparo dal sole e dal vento stanno maturando dei frutti.

Tra i ricordi più belli della mia infanzia e di questo gruppo di amici devo per forza di cose raccontare a me stesso gli ultimi due episodi che oggi, ancora , mi mettono allegria.

Un’estate i genitori di Franco e Sandro, che abitavano a pochi metri da casa mia, avevano deciso di ristrutturare la vecchia abitazione del nonno materno Zì Michele; Zì Michele era  un personaggio come se ne vedono pochi nella mia terra, aveva pochi capelli ed era piuttosto basso, aveva una gran pancia e un volto pacioccone con un grande naso a patata.

Era estremamente simpatico e cordiale, e aveva un’andatura fiera e lenta, mi ricordo che veniva spesso a sedersi nel mio bar per guardare le poche turiste in bikini dell’isola, era un mancato Don Giovanni ma gli rimaneva il buon senso di saper ridere di se stesso.

Comunque quell’anno i primi lavori della ristrutturazione avevano prodotto un grande cantina, almeno era ciò che sembrava, al posto di due camere con bagno antiche e bellissime della vecchia abitazione di zì Michele; davanti alla piccola casa vi erano due grandi alberi di acacie su cui stendevano una amaca durante l’estate, e un antico parmento per il pestaggio dell’uva da vino.

Quel gruppo di case delle tre sorelle di mia nonna formavano un micro-sistema comune a tutti noi nipoti, figli e generi, vi era un bisolo[9] al riparo del sole calante, una amaca di rete da pescatore, un piccolo vivaio di colombe, tacchini, conigli, galline di zì turiddhru, un parmento [10] per il vino, e un piccolo sentiero che conduceva alla capanna di Tonino (sotto il carrubo) ed alla terra per la raccolta dell’uva, dei fichi ,dei fichi d’india e per la nostra caccia con le fionde.

Le notti di luna piena trascorse ad ascoltare racconti antichi facendo finta di dormire per stimolare il racconto, rimanendo avvolti nella vecchia coperta verde della marina di Zì Turiddrhu sul bisolo della nonna, si poteva guardare la volta celeste attraverso qualche buco nella coperta e immaginare di vivere quel tempo raccontato dai vecchi, mentre aleggiavano su di noi antichi fantasmi di pirati e navigatori solitari, della monachella[11] e di malauna[12] che qualche volta si mescolavano ai nostri sogni brevissimi, che ci raccontavamo il giorno dopo ricomponendo il mosaico scombinato dei racconti di cui ognuno di noi ne percepiva una parte.

Quella cantina costruita dai genitori di Sandro e Franco era diventato il nostro rifugio, ma aveva tolto un pizzico di poesia alle notti d’estate, per arrivare nel fondo ci calavamo con una corda attraverso una piccola botola al livello del suolo su una piattaforma in cemento armato cosparsa di ferro per costruzioni edili che presupponeva la costruzione di piani successivi.

All’interno della cantina vi era un forte odore di cemento fresco e la forte evaporazione, oltre a richiamare una moltitudine di zanzare, creava una alta temperatura , ma non era il caldo il fastidio peggiore quanto delle piccole spirali anti-zanzare che quell’anno Franco aveva portato da Pescara, eravamo decisi a sperimentarne l’efficacia che alla fine risultava dannosa solo per noi perché tra il fumo acerbo delle zanzariere il fetore del cemento e i nostri sudori si rivelò presto una efficace trappola per topi il cui ruolo dei roditori era naturalmente il nostro, ma Franco aveva deciso che quella misteriosa costruzione sarebbe diventata il nostro nascondiglio e niente l’avrebbe distolto da questa decisione.

Un pomeriggio Franco si presentò con un nuovo costume, era un modernissimo tanga nero che il pecuruni aveva nascosto al padre  sotto un paio di bermuda avana; era disposto a provarlo in giornata di nascosto dal padre che però era un finanziere che per deformazione professionale guardava tutto e tutti con sospetto, e mentre eravamo sulla spiaggia in attesa dei tempi di Tonino per la digestione , Franco ,proprio lui vide arrivare come un treno suo padre, eravamo tutti sotto gli alberi della Guitgia e Franco faceva mostra delle sue grazie attraverso quel costume stretto e trasgressivo , lo vedemmo saltare al volo dal gruppo sfilarsi il costume, per nulla infastidito dalla nostra presenza, e rimettersi i bermuda, dopo aver nascosto sotto la sabbia l’arma  del contendere.

 

         Franco, sei cresciuto troppo in fretta dimenticando che per diventare adulti bisogna prima essere bambini e non che facendosi la barba ogni giorno come papà si potrà crescere più in fretta, ti accorgerai presto che ti mancheranno i giochi da ragazzo e le piccole bugie che ti hanno imposto di raccontarci sulla cantina e la ristrutturazione della casa presto saranno troppo evidenti agli occhi di tutti e le tue bugie resteranno un cattivo ricordo di chi, come me , le ha ascoltate.

Come quel giorno di qualche anno dopo quando la costruzione era appena finita e sembrava proprio un albergo, tu continuavi a negarlo ma volevi farcelo vedere lo stesso, stavamo andando al piano superiore e qui trovammo tuo padre, che stava mettendo i numeri delle camere sulle porte il giorno prima dell’ inaugurazione, io chiesi se era un’ albergo ed egli rispose di no,  rispose di no tuo padre, e perseverò  fino al giorno in cui non mise fuori quell’insegna ricalcata sul legno “Hotel Sirio”.

Chi lo sa perché, cosa avrebbe cambiato se lo avremmo saputo il giorno prima? Avrebbe cambiato le cose?

E tu? Per te le cose sarebbero cambiate davvero nei nostri riguardi, non lo sai che impariamo dalle persone più da bambini che crescendo?

Vivere tra enormi contrasti di personalità può essere un grosso problema e qualche volta , dico solo qualche volta ,abbi il coraggio di guardare la realtà delle cose e chiamarle con il loro nome , vedrai che questo ti farà crescere più di farsi la barba ogni mattina, di avere più peli nelle gambe o di fumare una sigaretta a 13 anni o mille altre stupidaggini su questo tema che da piccoli è importante credere ma quando si cresce davvero scopri che alla maturità presunta occorre una crescita morale e mentale diversa da quella che pensavamo da bambini; e non sono le sigarette, i peli sulle gambe ma i pensieri e le azioni che un giorno forse faranno di te un uomo.

Ciao Frà!!

 

Anch’io ero, questo fuori da ogni dubbio, molto strano da bambino anche se da adulto le cose NON SONO CAMBIATE MOLTO!! Ma Conservo l’abitudine di recitare molto spesso un mea culpa.

Adoravo l’elettronica, l’astronomia la fisica e tutte le materie scientifiche, ma amavo molto anche le materie umanistiche e da qui la voglia di scrivere troncata in giovane età da una maestra troppo conservatrice che si chiamava Iolanda Brignone, nutro per lei un sentimento molto particolare: mi ricordo di Lei tutte le volte che commetto un’errore (spessissimo) mi diceva sempre: Com’è bello navigar sopra le nuvole…tutte le volte che mi inchiodava con i pensieri oltre quella finestra vicino al mio banco.

Ero il peggiore degli alunni nella letteratura , ma miglioravo moltissimo quando la mia maestra era sostituita per motivi amministrativi (Iolanda Brignone era anche preside della scuola) a suo favore voto senza ombra di dubbio!! Aveva pienamente ragione quando sottolineava i miei errori di grammatica e ortografia rimandandomi mestamente a sedere con un bel tre in Italiano.

Io comunque ero attirato dalla scienza e cercavo in tutti i modi di farcela entrare in ogni cosa che facevo, un giorno trovammo con Tonino un bellissimo cucciolo abbandonato, lo adottammo subito ma era necessario lavarlo, così decidemmo che il bagno doveva essere assolutamente CALDO, ma di prendere l’acqua e scaldarla non se ne parlava così decisi di costruire uno scalda acqua ,andammo in centro a comprare le batterie e costruimmo , con del filo di rame, una resistenza che collegata alle pile cominciò a scaldare ma non avrebbe mai potuto scaldare quell’acqua e dunque il cucciolo avrebbe dovuto attendere il giorno successivo, naturalmente scappò durante la notte!!

Era facile sorprendermi nella mia camera, al buio completo, mentre simulato l’atterraggio di un’aereo facendo lampeggiare ad intermittenza delle piccole lampade colorate, ciò nonostante molti turisti rimanevano affascinati da ciò che dicevo, un giorno una troupe di scienziati (venuti nell’isola per studiarne le condizioni climatiche) mi adottarono come loro membro Italiano!! (Erano tutti stranieri) e nel loro POVERO italiano rispondevano con enorme entusiasmo a tutte le domande che gli rifilavo , si erano così affascinati da portarmi con loro tutte le mattine per osservare il lancio dei palloni sonda, uno tra i più anziani mi spiegava con minuziosa precisione lo scopo dell’esperimento, e una notte mi fecero guardare anche la luna attraverso un telescopio, un altro di questi voleva assolutamente insegnarmi l’Inglese e continuava a disegnare delle piccole vignette intuitive con le classiche nuvolette con le parole.

I ricordi dei miei amici d’infanzia vanno oltre queste misere pagine per fissarsi indelebilmente tra il mio stile di vita e le cose che vorrei ancora fare, e passano certamente vicino ad un cumulo di legna che noi chiamavamo SAMMARTULU (San Bartolomeo) ed in ricordo di questo Santo festeggiato in Agosto si raccoglievano una quantità impressionante di legna secche e rifiuti combustibili da accumulare di fronte alle nostre abitazioni, l’importante era bruciare il cumulo più grosso della zona e il nostro concorrente era un gruppo di ragazzi che abitavano proprio vicino alla spiaggia era necessario sabotare quel SAMMARTULU i giorni prima della festa e quindi sorvegliare il nostro per le contro mosse del nemico, e dopo l’azione per scongiurare le ritorsioni facevamo la veglia notturna rifugiati all’interno della grande massa di legno con fionde e frecce come armi.

Ma non si può raccontare proprio tutto perché rischierei davvero di produrre un libro e questo è un compito che vorrei lasciare a chi, oltre ad essere più bravo di me, ha qualche cosa da raccontare a tutti e non a me stesso e alla mia isola come faccio io.

Vi sono certamente i nostri giochi notturni come U SCANNEDDRHU [13], e ALL’OSSU, ALL’OSSU DI LA LUNA[14], giochi che si sono persi misteriosamente mischiando la nostra cultura a quella di migliaia di turisti, dovevamo essere più gelosi dei nostri costumi e apprendere da altre culture isolane la conservazione e il mantenimento delle tradizioni, in Inghilterra è difficilissimo persino far entrare un cane a noi per completare la definitiva colonizzazione ci manca un sindaco non isolano il resto è stato da tempo conquistato, e  la nostra resa è ,oramai, incondizionata.

Personalmente non mi arrenderò mai ed è per questo che racconterò l’ultimo episodio della mia infanzia che per opera di Tonino finisce per diventare proprio l’inizio della colonizzazione culturale dell’isola.

Quando Tonino partì per Pavia feci , tre o quattro mesi dopo la sua partenza, una cosa che fino a quel tempo non avrei mai osato pensare: scrissi una lettera a Tonino, e in questa lettera raccontavo la mia vita nell’isola le cose che facevo e che avremmo fatto quando sarebbe ritornato l’estate prossima, non ebbi mai risposta di questa lettera e malgrado andavo sempre a trovare Zì Turiddhru (nonno do Tonino) questi non sapeva nulla , fino a quando un giorno mi disse che sarebbe arrivato il giorno dopo in aereo.

Era finita la scuola Tonino tornava con tutta la famiglia nell’isola, mi ricordo che quella notte avevo dormito pochissimo e non vedevo l’ora di salutare Tonino per raccontarci le esperienze di quell’anno.

Quando Tonino arrivò vidi che qualcosa in lui era cambiato , parlava sempre in Italiano ma ciò che mi preoccupava era l’accento nordico misto ad un’aria di superbia mai riscontrata prima in lui, mi disse che voleva andare alla Guitgia perché doveva mostrarmi qualcosa di importante, facemmo a piedi il tragitto e rifiutavo di parlare con lui per non sentire quella cadenza pavese acquisita  e anche perché Tonino guardava l’isola sotto un nuovo aspetto, aveva perso interesse per tutto,  e c’era un’aria di sufficienza nel suo sguardo che mi preoccupava.

Pensavo che voleva farmi vedere una nuova fionda, oppure un nuovo fucile sub-acqueo ma non fu così e quando ci sedemmo sotto l’albero della casa di Zì Turiddrhu tirò fuori dalle tasche una lettera era quella che io gli avevo spedito, lui l’aveva ricevuta e l’aveva portata in classe per leggerla ai suoi compagni di Pavia e per correggerla, era fiero di ciò che aveva fatto e aveva segnato in rosso e in verde i punti cruciali della lettera, ma ciò che mi fece arrabbiare era proprio il fatto che era intenzionato a spiegarmi quali erano gli errori grammaticali e di ortografia più gravi.

Tonino aveva a tal punto preso sul serio il suo compito da dimenticarsi totalmente del contenuto della lettera, non gli importava assolutamente nulla di quello che io gli avevo scritto, voleva solamente mostrarmi come doveva essere scritto; tutto questo è lodevole ma aveva dimenticato la cosa essenziale di una lettera IL CONTENUTO, ma soprattutto aveva rinunciato ad essere semplice come la nostra terra, per imboccare la strada del distacco, della fredda insensibilità e dall’amore proprio per le semplici cose che gli aveva insegnato Zì Turiddrhu.

 

Tonino a parte tutto tu rimani sempre quel grillo saltellante delle maree nel porto, quel ragazzo che amava Celentano e lo cantava a squarcia gola sempre e comunque.

E non importa se per una volta hai contagiato il tuo spirito libero con la cultura di un popolo che non è il tuo ridendo con i tuoi compagni dei nostri giochi e dei nostri costumi.

Ogni popolo ha tradizioni proprie; usi e costumi che ne fanno la sua cultura è necessario difendere questa parte di tradizioni perché siamo cresciuti con esse , e rinunciarvi e come non accettare parte di noi stessi, di quello che siamo e di ciò che vorremmo essere.   

Tu non puoi cancellare con un colpo di vento del nord quel ragazzino che adorava tuffarsi tra le onde del mare in tempesta, e attendere per ore l’arrivo dei pettirossi preparando un’infinità di trappole con le pale dei fichi d’india.

Come puoi dimenticarti il vestito nuovo che indossavi il giorno della processione della Madonna, e le scarpe strette che finivi per togliere dopo che ti avevano irritato il piede libero di non aver indossato mai una scarpa per tre mesi d’estate.

Quante cose Tonino, il nostro passato sono i nostri ricordi, i nostri giochi che non dobbiamo mai lasciarci rubare, noi siamo cresciuti così e dobbiamo essere fieri di aver giocato come , forse, hanno giocato i nostri genitori e come non si giocherà più nel futuro della nostra isola.

Io mi sento fiero di aver giocato a Scanneddrhu, ricordi?

Con un pezzo di legno si colpiva un altro pezzo di legno a forma di fuso, e quando questi si sollevava da terra si compiva nuovamente al volo per scagliarlo più lontano possibile, oggi si va in palestra per imparare le arti marziali e i nostri figli imparano a colpire ancora prima di discutere, mentre con ipocrisia condanniamo ogni sorta di violenze.

Dopo troppo tempo trascorso, oggi viviamo in una piccola isola di 24 Km2 eppure, anche se ci incontriamo per strada non ci salutiamo , non c’è tempo!! Non importa!! E intanto il tempo passa e quella amicizia infantile diventa un po’ come quelle cose che da bambino ci hanno traghettato verso la maggiore età e  come un quaderno delle elementari: importantissimo durante le lezioni e disperso la mattina delle scuola

 

Oggi sono scomparse troppe cose, il vecchio parmento davanti alla casa del nonno di Franco, e al suo posto vi è un’albergo, e scomparso il sentiero verso la capanna di Tonino sotto il carrubo, ed è scomparso ,con lui, il vecchio e bellissimo bungalow di zi turiddhru,   ma ciò che veramente importa sono i nostri ricordi che invecchiano con noi ma che mai nessuno può far scomparire perché fanno parte di noi come la nostra pelle; hanno ali come gli uccelli i ricordi che possono farci volare sul nostro passato, ed odorano di cose buone, i nostri ricordi , odorano di cose semplici come il pane con olio e sale; quando li senti arrivare dentro la mente, ascoltali…c’è un vocio felice e spensierato si chiama gioventù.

 

 

 

 

 

Meli Antonino, Lampedusa 20 Aprile 1998.

[1] A sicca ! a sicca, Tonì i muccuna…curri, curri!!:

c’è la bassa marea Tonino!! I molluschi corri,corri.

[2] chinu di muccuna è…chinu di muccuna ! !:

è pieno di molluschi, è pieno di molluschi.

 

[3] Maria quant’è…

è davvero grande!!

 

[4] Mugghè ,esclamava ,l’untimu iriteddrhu e poi basta:

Moglie, esclamava, l’ultimo dito di vino e poi basta.

 

[5] …MA…a pigghiò!!

Ma …l’ha preso!!

[6] Ma cù è… ah?

Ma chi è ?

[7] Oh Frà!… dunni i pighiasti si zocculi novi.

Franco dove hai preso questi zoccoli nuovi.

[8] Guitgia: Località balneare dell’Isola.

[9] Bisolo: Panchina in cemento.

[10] Parmento: Recinto in calcestruzzo per il pestaggio dell’uva da vino.

 

[11] Monachella: misteriosa figura spettrale di Cala Francese (Isola di Lampedusa)

[12] Malauna: lupo mannaro.

[13] Scanneddrhu: Gioco molto antico.

[14] gioco a nascondino ( si nascondeva un piccolo osso nelle notti di luna piena)